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--Anch'io, conchiuse il reverendo.
E passò primo fra i due cugini.
Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là, con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un aspide viscido e freddo.
Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello studio.
Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al domattina.
Giusto ebbe fortuna.
Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere sulla palma della mano.
--Serviti, disse.
Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con molta disinvoltura.
Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo.
--Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato.
Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel secchiello:
--Se non è per danaro, parla.
E Gerolamo parlò.
Disse d'una cottura che egli si era presa per una fanciulla magnifica, dell'ostacolo incontrato nel babbo macellaio, il quale avrebbe dato il suo consenso se l'innamorata fosse appartenuta in qualche modo alla macelleria; ma non voleva inparentarsi col tribunale....
Giusto a questa parola rialzò il capo dal secchio.
Volle chiedere bruscamente al disgraziato amatore il nome dell'innamorata; ma lasciò che egli continuasse senza interromperlo.
E Gerolamo proseguì a dire che il padre della fanciulla forse sarebbe contento, ma il macellaio assolutamente no...
--E la ragazza?... balbettò Giusto.
--La ragazza... mi piace tanto; sarà felice, assicurò Gerolamo.
--Ancora non lo sai?
Non ancora; ma il parere della ragazza contava poco; tutte le ragazze, nell'opinione di quel fatuo, sono felici al momento di sposarsi a un giovinetto ben pettinato, con due baffetti a punta, come era lui. Se lo sposo sa farsi voler bene, assicurò, tutte le ragazze adorano, e Gerolamo sapeva lui la buona ricetta di farsi adorare; molte carezze a certe ore, molta severità nel resto della giornata.
--Ah! la ricetta è questa?
--Sicuramente, questa sola: far intendere alla giovine sposa che tra lei e il suo padrone corre una distanza enorme, ma che questa distanza può sparire ogni tanto.
--Ah! così?
--Così, proprio.
Insomma Gerolamo era sicuro del fatto suo.
--E il nome della tua innamorata me lo vuoi dire?
--Non lo so ancora!
Ah! Giusto cominciò a respirare meglio.
--E il nome del babbo?
--Il notaio Cipolla!
Ma bravo Gerolamo! innamorarsi della figlia del notaio Cipolla! Ottimamente.
--La conosci?
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