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Giusto vedeva naufragare ogni sua speranza; non seppe decidere lì per lì se gli convenisse sfoderare la qualità di zio e di cugino, e insistere per essere messo alla presenza della signora notaia.... ebbe una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando che la signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con l'unica speranza di non essere visto da nessuno. E almeno in questo ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come un cane battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della campagna.
Non perdette di vista la villa fin che si accesero i lumi alle finestre; in una di queste la luce non si moveva mai, ed era sicuramente la camera di Cristina inferma. E di che male era inferma la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir nulla; ma sicuramente era il mal di amore, un male così fatto che quando si attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a vagare fra i gelsi, ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando piglia una bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto.
Giusto vagò molta parte della notte intorno al villino, tenendo desti i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati; cercò sempre il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei campi e potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli a bassa voce: «io sto meglio e t'amo».
Invece quella notte Giusto si buscò solo una febbre reumatica, e quando a ora tarda andò a svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i denti come un dannato.
E là, all'insegna della Corona, si mise a' letto, e la mattina chiamò il medico condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni buoni tra vita e morte.
Nello svegliarsi da quel lungo sonno, apprese che erano venuti a vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito, ma egli non aveva riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita perfettamente e che la sua malattia era stata un'angina leggiera... e che altro? e che ora Cristina, più fresca e più bella di prima, era tornata a casa in compagnia del babbo.
Ah! quanto male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie! La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe dichiarato di non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il caro infermo.
E pure, mentre l'ammalato si affliggeva, la natura più forte di lui gli dava un benessere singolare, una contentezza non mai provata prima, un entusiasmo gentile al contatto del quale la melanconia era quasi nulla. E talvolta, accarezzato dalla convalescenza, riconosceva che la vita è buona e che si può godere sempre qualche cosa, pur di accontentarsi di poco e di rassegnarsi molto. Ma subito succedeva il terrore pazzo di dover vivere tutti gli anni della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione gli sembrava impossibile quando gli fosse piombata sul cuore la notizia feroce che Cristina sua era fidanzata, che Cristina era sposa e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava tutta la felicità della convalescenza!
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