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Quell'insegna era una testa di manzo magnifica, come Bortolo ne aveva staccato tante dalle bestie macellate; a giudizio delle cuoche del vicinato era parlante, e il macellaio già si rallegrava della sua pensata, quando gli era piombata la contravvenzione perchè prima di esporre la testa parlante del manzo miracoloso non aveva domandato il permesso al Municipio e pagato la relativa tassa. Bortolo si protestò innocente, dichiarò di non averlo fatto apposta, ma non vi fu verso e dovette pagare. Così quell'insegna, che lo aveva rallegrato un giorno, sembrò poi messa lì solo per riaprire una vecchia piaga per tutto il resto della vita.
Un altro parente prossimo di Giusto apparteneva alla Curia in qualità di usciere; doveva odiare anche lui la pittura perchè si era empito la casa di oleografie e nella sua qualità d'uffiziale giudiziario guardava dall'alto in basso il cugino pittore; si chiamava Ippolito.
Un altro cugino aveva bottega d'orologiaio e orefice in Ponte Vetero e si diceva che rivendendo bene gli orologi acquistati male dagli speculatori di Piazza Castello, che è a due passi, egli si fosse messo da parte un bel gruzzolo; si chiamava Venanzio.
Un altro cugino era prete. Diceva la prima messa, che è la meglio pagata per la difficoltà di alzarsi la mattina di bonissima ora; aveva la sottana sfritellata; i collarini sudici erano una sua specialità.
Costui almeno era venuto qualche volta a trovarlo in studio, e si dichiarava a tutto pasto appassionato della pittura religiosa, ma se appena appena Giusto scopriva le nudità d'una tela di genere pompeiano, o turco, o indiano, prete Barnaba lasciava Cristo a cena con gli apostoli e Cristo in croce per ammirare da vicino e da lontano un po' d'arte mondana. Molte volte aveva manifestato al cugino pittore la tentazione fatale, da cui era preso ogni tanto, di ordinargli una Madonna dei sette dolori per la cappella ove diceva messa, ma sperava di resistere, e veramente aveva resistito fino allora.
Ma non resisterebbe più quando Giusto gli avesse fatto intendere la propria necessità di consegnare all'esattore una somma che non aveva; di sicuro, per non lasciarsi salassare impunemente, il prete comprerebbe la Madonna dei sette dolori per lire mille.
Quel giorno medesimo il pittore andò a trovare suo cugino. Per via aveva una baldanza curiosa di uomo sicuro del fatto proprio; nell'androne di sagrestia cominciò a penetrargli nell'animo un dubbio amaro; e in faccia al reverendo il maestro aveva la fisonomia somigliantissima d'uno scolaro che non sapesse la lezione.
--Qual buon vento ti porta qui, così di buon'ora? domandò prete Barnaba, mentre con l'aiuto d'un chierichino infilava la pianeta per la messa.
--Non è un vento, confessò Giusto, e sopra tutto non è un vento buono; è un uragano maligno.
Prete Barnaba si fece il segno della croce dinanzi al Cristo di sagristia, e non rispose verbo perchè fiutava da lontano un gran pericolo.
Giusto, vedendo che gli toccava dir tutto senza incoraggiamenti, chiuse gli occhi e disse: mille lire!
Prete Barnaba alzò gli occhi al Cristo per dirgli alla muta che rispondesse lui qualche cosa a quel disgraziato.
--Ma non vedi, mio buon Giusto, che tu sei in un grave errore? come! e tu non ti eri accorto che io non ho avuto mai mille lire disponibili? Credi che me ne verrei qui come una rondine a dire la prima messa se fossi un prete ricco? E con tutta la voglia che ti ho manifestata tante volte di regalare una Madonna dei sette dolori alla cappella, se non l'ho fatto prima d'oggi, che significa?
--Ma io... balbettò il gran maestro della scuola lombarda, ma io ti farò una Madonna di sette dolori che farà piangere i sassi; e sarà d'un metro e sessanta, come ti piaceva, e se non basta te la farò di due metri. Fa un sagrifizio per lasciarmi in pace con l'esattore.
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